L’
Autismo è un disturbo dello sviluppo neurobiologico che impedisce a chi ne è affetto di interagire in maniera adeguata con le persone e con l’ambiente.
Questo disturbo
si manifesta con un’ampia gamma di livelli di gravità, tuttavia tutti coloro che ne sono affetti presentano tipiche difficoltà in tre aree (triade autistica):
- alterazione e compromissione della qualità dell’interazione sociale
- alterazione e compromissione della qualità della comunicazione
- modelli di comportamento e interessi limitati, stereotipati e ripetitivi
Nel bambino autistico il
linguaggio non si sviluppa affatto o si sviluppa lentamente e in modo anomalo (incapacità di iniziare o sostenere una conversazione, uso stereotipato ed ecolalico del linguaggio).
La
comunicazione è prevalentemente gestuale, scarsa la capacità di attenzione.
Il bambino autistico trascorre la maggior parte del tempo da solo, impegnato in attività limitate e ripetitive; non fa amicizia con i coetanei dei quali non riesce a condividerne gli interessi, evita lo sguardo altrui, è incapace di utilizzare la gestualità e l’espressione facciale per regolare l’interazione sociale.
Tutto questo non perché, come si pensava un tempo, l’autistico voglia estraniarsi dal mondo esterno, bensì perché l’autistico NON RIESCE a comunicare con gli altri, rimanendo prigioniero dentro sé stesso.
Nel 70% dei casi si associa un ritardo mentale di entità variabile, distorsioni percettivo–sensoriali, assenza di linguaggio (50%) ed epilessia (50%).
L’
incidenza della malattia, secondo i dati delle ricerche più recenti, dimostra un costante aumento della casistica che raggiunge valori sicuramente più elevati rispetto ad altre sindromi più note e studiate (vedi Sindrome di Down). Ciò nonostante la ricerca scientifica non ha mai indirizzato la propria attenzione in tal senso, ad eccezione di pochissimi studi effettuati a livello genetico negli ultimi anni, studi che hanno evidenziato il superamento della visione dell’autismo come patologia primitivamente affettiva e relazionale causata da un disturbo precoce della interazione madre–bambino, facendo altresì emergere l’espressione di una patologia neurobiologica ad andamento cronico e fortemente disabilitante.
Al momento non esiste, quindi, una cura per questa malattia, ma la diagnosi precoce, interventi riabilitativi specifici ed un’educazione strutturata possono potenziare le capacità del bambino, ridurre i comportamenti problema e migliorare la qualità della sua vita.